Questo racconto non è tratto da Tortelli&Porcelli ma è stato scritto per i fans dei Profeti
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TUTTI I COLORI DEL BUIO
di FullG e I.S.P.
Il Lazza alle grandi manovre
La beffa più grande che il diavolo abbia mai ordito è stato far credere al mondo che lui non esiste.
E il diavolo può avere molte forme, compresa quella apparentemente angelica di una giovane distillata di cattivi pensieri come Camilla Diciotto.
E i cattivi pensieri non sono neanche poi i suoi, sono tutti nella testa del suo commensale, il nostro sporcaccione di riferimento, Piero Lazzaroni.
Piero Lazzaroni, detto il Lazza, piccolo industriale e grande emiliano, Camilla Diciotto, detta insulsamente Camy, piccola star di bellezza paesana ed emiliana, ma con ambizioni e pienezza di sé elevate al milanesimo, sono a cena insieme.
Un’amica in comune, una che ha schivato il materasso del Lazza forse per orgoglio o più onestamente per via di un pannolino con le ali, e che da allora pare aver scelto il ruolo ecumenico e riparatore di buttar dentro a quello stesso materasso tutte le sue amiche, li ha presentati all’aperitivo in centro giusto sabato. Di lì si sono rivisti in un paio di “after dinner” e in un “predisco”, come li ha chiamati lei con assoluta naturalezza anglofona, fino al saluto con bacino all’uscita da una disco, un bacio potenzialmente incendiario dato che lui aveva nelle vene e nel fiato una distilleria clandestina e lei almeno un pacchetto di sigarettine lunghissime ed esili dal nome tanto fighetto quanto irricordabile.
Telefonini, scambio numeri, messaggini, appuntamentino.
Stasera.
Tutto è parso perfetto: Lazza che arriva quasi puntuale col macchinone lustro e con un bel completo scuro, lei che scende sorridente e bellissima, strafirmata e sfarzosa, eppure molto fine senza rinunciare ad essere intrigante e sottilmente provocante.
Lazza si lascia scappare pensieri arditi e si dice che potrebbe durare persino un paio di mesi.
Messi da parte pericolosi proclami, si parte per un viaggio di piacevole ed un po’ ordinaria conversazione, reso comunque speciale dall’inebriante profumo di Camilla e dal fantasticare inevitabile che lei suscita, specie lì, attraversando brumose e grasse atmosfere guareschiane della Bassa, o forse ovunque, perché un po’ di istupidita beatitudine è un diritto quando accanto ti siede una dea.
Solo il grandissimo Franco canta iconoclasta e disilluso alla radio:
niente è come sembra
niente è come appare
perché… niente è reale...
Fa la sua parte anche il locale scelto dal Lazza, una ormai poco convinta osteria molto elegante e vagamente di design, con tanto di ovvia vetrata sul giardino fiorito e che fonda il suo successo su una clientela ricca e bisognosa di conferme, fingendosi a caccia d’avventure: insomma, uno di quegli insondabili misteri contemporanei a base di tortelli e champagne. Cosa che ovviamente strappa alla fanciulla evidente approvazione urlettante, come previsto.
Lazza ordina battuta all’Albese e pisarèi, benché un pelino fuori zona per entrambi e, mentre con ghigno ribelle si accinge ad ordinare un millesimo di Selosse, si rende ben conto di chi ha davanti e, capendo lo spreco, anticipa l’inevitabile incomprensione e ripiega su un più potabile e soprattutto più coreografico bottiglione azzurro ed intarsiato di De Venoge.
Il Lazza normalmente è molto più ideologo ed intransigente di così, specie in relazione alle sacre cose del gusto, ma con l’età ha imparato ad accettare i mille piccoli gioiosi compromessi delle schermaglie amorose.
Così, in attesa degli antipasti, si lascia condurre sul funesto terreno di discorsi televisionari e gossipoidi: lei si infervora per nomi più o meno noti, lui si sente scaldare il cuore ed indurire il bigolo dalla visione di un perlage perfetto che si muove sullo sfondo di una scollatura altrettanto perfetta.
– Vedi Piero, io mi sento come in una gabbia, sento che vivere in provincia frena la possibilità di esprimere il mio vero io creativo, ahhh... se solo potessi vivere a Milano –
– Bah, se lo dici te. Per me Milano finché è stata da bere poteva anche interessarmi, ma oggi che è una Milano da tirare su col naso... –
– Ohh! Piero, non fermarti su pochi elementi marginali, pensa alla possibilità di vivere a contatto con persone intellettuali e stimolanti, veri creativi, vere icone dell’immagine –
E giù una lista di centravanti e ballerine, busoni e travestiti, presenzialisti e urlatori.
Lazza si riempie la bocca di champagne per impedirsi di mandarla a dar via il culo.
Occorre evitare il rischio concreto che le stronzate di Camilla gli mandino giù la catena, così lui si ripromette di aver occhi solo per le portate e per le sue tettine appuntite, loro sì capaci di tirar fuori l’io creativo, eterché Milàn!
Carne cruda all’Albese, finalmente.
Mentre lei ancora sproloquia di cose sue, lui imburra gnocchetti caldi consolandosi e sognando l’imminente colata di altri sapidi liquidi.
Poi, improvviso trasalimento:
– Aaaaaaaggghhhhh!–
Lei urla, avvicinandosi i pugnetti alla boccuccia starnazzante, attirando l’attenzione dei tavoli vicini.
Lui, dopo aver controllato di non essere talmente tanto in telesega da averlo appoggiato sul tavolo, finge sincera preoccupazione.
– Camy, piccola mia, qualcosa non va? –
– Che orrore, che orrore!!! Ma… tu… tu sei... carnivoro?!? –
– ... –
Silenzio.
Silenzio Lazza, silenzio. Pensa a quelle tettine a punta lì, pensa al capezzolo a chiodo, immaginati i duecento euri di rossetto francese che ti colano giù per un gallone, pensa al ciuffetto inumidito, concentrati Lazza, concentrati. Ok, questa è grossa, ma niente che non si possa perdonare o farle espiare ispezionandole rai due...
– Guarda scusa, io speravo che fossi diverso, ma è un orrore cui non posso assistere, è intollerabile vedere che persone civili nel duemila ancora si cibano barbaramente di creature viventi, mentre potrebbero seguire diete assai più equilibrate ed altrettanto gustose secondo i principi del nutrizionismo orientale e vegetariano –
Poi si alza e vira con passo nervoso verso la toilette.
Lazza calmo. Calmissimo. Adesso tu ti mangi in santa pace la tua bella carnassa cruda che profuma anche più della sua passerina e ti concentri sul non dirle davvero quello che pensi dei vegetariani, perché sennò... eh, le hai viste quelle due chiappe sode e rotonde? E le gambe? Lunghe, agili, lisce…Lazza: calmo! Perché non chiedi scusa? No, vabbé, non esageriamo, però, dai, se le piace la verdura: magari adesso è alla toilette che si trastulla con un cetriolone che tiene sempre in borsetta. Cetriolone davanti e carotina didietro. Quasi quasi mi converto anche io.
Quando Camilla torna il piatto della scandalo è stato perfettamente spazzolato, ma lei è evidentemente indispettita e non fa niente per nasconderlo.
Oddio, il facciondiculo del Lazza, appena satollo, visibilmente e sfidantemente soddisfatto, perso homerianamente in pensieri di cetrioloni e per di più con un inizio entusiasmante di ciucca certo non aiuta.
Difatti.
La conversazione langue.
La prima bottiglia è secca.
Lazza chiama un Selosse.
Breve rigurgito di conversazione come commento al vino nuovo venuto.
Lei preferiva quello di prima. Ovviamente.
Lui la guarda come se avesse detto che preferisce Muccino a Kubrick.
– Non c’ è bisogno che fai quella faccia lì, i gusti sono gusti –
Diplomatico silenzio.
L’arrivo dei primi fornisce un plausibile alibi per tenere le bocche impegnate solo a masticare.
Lei non finisce neanche la sua porzione di tortelli, si alza e se ne va di là a telefonare.
Quando torna, il Lazza ha fatto secco mezzo bottiglione ed i tortelli avanzati dalla Camy, e sta concertando con l’oste per un secondo.
– Beh guardi signor Lazzaroni, stasera mia moglie ha preparato una unta di vitello ripiena al forno secondo la tradizionale ricetta Parmigiana. Sulla qualità della carne garantisco personalmente perché al vitello il chiodo in testa gliel’ho piantato io stesso in persona personalmente –
– Se lei garantisce. Stasera mi sento particolarmente crudivoro, ma vada per il giovin giovenco stroncato in nome della stufatura Parmigiana –
Lei è piccatissima ed avvelenata.
– È una vergogna questa vostra disinvolta mancanza di coscienza sociale ed umanitaria, come potete avallare il barbaro traffico di carni di poveri animali trucidati per sostenere un regime oligarchico ed affamatore? Siete dei menefreghisti, siete una manica di antichi che a Milano, nella società che conta, non camperebbe tre giorni. Voi, scusate se ve lo dico, ma ve lo meritate proprio proprio: voi non siete trendy. Neanche un po’. Ecco, ve l’ho detto –
L’oste tace stupito.
Il Lazza spazientito salta su:
– Si, vabbé, la vacca è mia e la gestisco io –
Camilla ha gli occhi iniettati di sangue, picchia un pugnetto nervoso sul tavolo e scandisce:
– Portami immediatamente a casa! –
Il Lazza ha gli occhi iniettati di champo, picchietta strafottente le chiavi della macchina sul tavolo e lentamente, quasi le sbadiglia in faccia:
– La strada l’hai vista. È bella dritta e tutta piana. Ci riesce anche una vacca, viva ovvio. Se vuoi accomodarti all’esterno... io qui mi faccio di vitello. Quando ho finito, se ti incrocio, ti rusco su per la via. Forse. –
– Sei uno stronzo. –
Gridolino e lacrimuccia isterica che le sbava imperdonabilmente il rimmel, determinando una nuova fuga alla toilette.
Il Lazza mangia sereno e senza fretta e trova pure il tempo di guardarsi un pezzo di Attila flagello di Dio che ha appena scaricato sul telefonino.
Camilla è sparita, sembra non tornare.
Bah, d’mei acsé. O magari è partita davvero a piedi, sai, una passeggiatina per smaltire o tonificare. Mmmmhhh, più facile che stronza com’è l’abbia tirata dentro la canna del cesso.
Ad ogni modo, scrupoli il Lazza non ne ha più, così si beve in santa pace e benedetta calma anche il caffè ed uno scozzesone bruno e torbatissimo.
Paga, saluta e poi esce ben bariago per fumarsi una meritata paglia e si sorprende quando vede Camilla appollaiata su un vaso da fiori che l’aspetta.
– Ti facevo più podista. –
– E io ti facevo meno stronzo! –
Lazza fuma e scrolla le spalle, ha il cervello frollato dal vino, gli occhi leggermente appannati e Camilla è solo una bella topa, una delle tante, e non certo l’ultima della sua carriera di guzzatore.
Non ha voglia di litigare, capisce quanto sia inutile, mentre lei sembra sul punto di aspettare un qualunque pretesto per esplodere.
– Io faccio due passi per il paese. Devo digerire la carne cruda. Sai… cruda… la bestiola è un po’ come morderla mentre cammina, va digerita – e si avvia tra due ali di platani.
Lei scatta pestando i piedi:
– Eh no, brutto bastardo adesso la pianti di farti i cazzi tuoi e di sparare cazzate, e mi riporti subito a casa! –
Il tono non è quello giusto ed il Lazza, pur avendola ormai messa in vacca, non è uomo di natura paziente, così si gira di scatto, butta a terra la paglia, la afferra per i becchi della camicia alzandola da terra e le urla in faccia, spazientito:
– Ehi! Senti un po’ figara ignorante come le pecore del Cusna, che cazzo ne dovevo sapere io delle tue turbe da ecologista della domenica con il cappotto di Dolce e Gabbana col collo di volpe, eh? E vai su l’ostia, te, Milano, i finocchi e quelle fighe marce di trenta chili che riempiono le copertine di giornali per ecorimbambite come te! Ti conviene far della gamba, bimba, perché a casa col Lazza non ci torni neanche se vengon giù Dio, il Duce e Moana Pozzi a chiedermelo all’unisono, cantando! –
E si riavvia per la sua strada.
Lei sembra finalmente realizzare che il Lazza non scherza, valuta in un secondo i cinquanta o sessanta chilometri di campi desolati e bui che la separano da casa ed eccola che tacchetta veloce rincorrendolo.
Il suo tono è adesso molto più conciliante.
– Senti Piero, forse in effetti io ho esagerato un po’, magari abbiamo esagerato un po’ tutti e due. Cosa dici se ci calmiamo e cerchiamo di comportarci da persone civili? –
Lazza si accende un’ altra paglia con fare bogartiano:
– Baby, una che non mangia carne come fa ad essere civile? –
– Non voglio neanche discutere, Lazza, tu hai le tue opinioni ed io ho le mie. Forse se ti avessi detto subito come la penso... –
– Sarei uscito con un’altra, garantito. –
Lei sente aria di maratona notturna, così tenta la carta della civetteria, del suo innegabile, mostruoso fascino:
– Touché, ma una carina come me poi dove la trovavi? –
Lazza intravede uno spiraglio che porta dritto alle mutande di Camilla e butta lì una boiata che risuona svaccando per l’intera piana di erba medica della Bassa:
– Già, un peccato che tra noi non sia scoccata la scintilla, avrei tanto voluto portarti con me: sai, come mia nuova fidanzata, alla cena degli azionisti a casa del Pier... –
– Pier? –
– Ma sì: il PierSilvio, no? –
Lei potrebbe svenire.
O forse venire.
O anche tutti e due, fatto sta che improvvisamente gli si attacca ad un braccio a bocca aperta e con occhi di cerbiatto adorante.
Le trema quasi la voce:
– P-P-Pier-S-Silvio? Ma di che PierSilvio parli? –
– Beh, che fai, mi prendi per il culo? Tu quanti PierSilvio conosci, scusa –
In Camilla adesso balenano ad alterne folate l’entusiasmo per cotanta rivelazione e la disperazione per aver compromesso la serata e potenziali rapporti futuri.
Lei allora si prostra, vinta:
– No, dai Piero, non dire così, forse il rapporto tra di noi è partito in modo un pochino sbagliato, ma io sono convinta che tra di noi ci siano grandi affinità, che potremmo recuperare da questi piccoli incerti –
Lazza non vede l’ora di marciarci.
– Mah! Guarda Camilla, per me ormai è tardi, la poesia iniziale è andata su l’ostia. –
L’abbraccio a braccetto di lei si fa più avvinghiante.
– No dai, Piero, non darmi questa delusione. Tutti meritano una seconda possibilità, no? –
Il Lazza vuole verificare fino a che punto lei sia disposta ad arrivare per i suoi scopi, così le spara sul muso un ruttazzo galattico.
– Oh, scusa! Sai, lo champagne. –
Lei dopo un nanosecondo di sguardo assassino si ridipinge un superplastico sorriso e si finge perfino divertita, complimentandosi per la possenza del verso.
Allora il Lazza, goliardicamente ispirato dalla surrealità della situazione, soffermandosi con fasullo interesse davanti ad una vetrina, coglie l’occasione per scaricare una subdolissima e pestilenziale loffa. Da che mondo e mondo, la vera prova d’amore.
Lei forse per un attimo si sente mancare, poi definitivamente getta il velo stringendoglisi addosso e strofinando spudoratamente le tette sul suo braccio:
– E poi – dice con sguardo inequivocabile – non hai ancora visto le miei qualità migliori... –
Lazza allora la abbraccia e la conduce a passo spedito verso la macchina, intonando divertito e gutturale bella figlia dell’amore.
Lo strano vizio del Signor Primiballi
Dududududududu dudu
Taa dà
Dududududududu dudu
Taa dà
Due marzo del millenovecentocinquantanove.
Miles e John registravano il disco più bello della storia del jazz.
Forse il brano più bello della storia del jazz.
Oggi, molto tempo dopo, Luca Gandolfo Conte Primiballi del Castellaccio, seduto molle molle sulla sua Diane marroncina, ascolta estasiato So What probabilmente per la millesima volta.
E, come sempre, gode.
È davanti al dancing “La Balera Paradiso”.
Questa sera il suo sassofono tenore, chiamato affettuosamente Giampiero, volerà altissimo tra le fitte e semplici trame di valzer, valzerini e valzeroni, davanti a coppie d’anziani che ballano. Quasi sempre al ritmo di tre quarti.
Solo che è un po’ presto: sono le sei e un quarto. E dentro la sua amata Orchestra, i Preziosi del Liscio, sta facendo i suoni con la consueta, stanca ed automatica precisione.
Lui, il Conte Primiballi detto Treno, è il più vecchio della banda, di questa combriccola di Fratelli Musicisti coi quali, da tempo immemore, suona serate di liscio alternate a nottate di simil-jazz.
E, come socio anziano, ha acquisito il diritto di evitarsi i “suoni” e di arrivare poco prima della pappa che, facendo quasi sempre parte della retribuzione, è tappa non trascurabile: che non si può e non si deve saltare.
Come sempre c’è la nebbia a nascondere questa celeberrima balera della Bassa. I suoni di So What dell’autoradio si confondono con quelli del valzerone anonimo che viene dal palco dei Fratelli Musici attraverso il finestrino semiaperto della Diane.
Treno, da dentro, ascolta le musiche fondersi fumando il suo sigarillo aromatizzato all’anice, sentendo un forte bisogno di Unicum, uno dei suoi carburanti preferiti.
E, chissà perché, quando lascia la mente libera di vagare, quasi sempre si ritrova a pensare a una qualche gnocca. Solitamente s’inascarisce per una procace barista o una solida ostessa, mai evitando di fantasticare di glorieguide infermiere, ripetenti, poliziotte e zie edvige.
Più di tutte sa strapazzare la sua quiete contemplativa e sognante quella piccola diavoletta di Silvia Santi, diciassettenne fragolina bionda e furbetta, sua allieva di pianoforte due pomeriggi la settimana.
Ma oggi no.
Oggi pensiero, dedica e agilità di polso vanno a quella signorotta pienotta e piacevolmente grassottella che poche serate fa ha tanto insistito per fargli un soffocone post-mazurka nei camerini del dancing.
Bello. Ostia che bello.
Sta pingue figliuola del dopoguerra aveva una tecnica strana ed ultracollaudata, con un gioco di lingua sapientissimo e stimolanti colpetti di denti. Un pompotto mordicchioso, come direbbe Winnie Pooh se ogni tanto s’occupasse di pompini.
Fatto sta che il pensiero l’indura, che se s’indura s’impone, e la marletta si fa.
Bene: il teorema della marletta preventiva, di solito applicato al mattino, al risveglio, per dare il giusto “via” alla giornata, spostato alla pre-suonata sembra avere un effetto benefico.
Treno, riempito il solito fazzoletto di carta, si accende un altro sigarillo, si sente ancora un po’ di quella Bibbia che è Kind Of Blue, ed è persino ben disposto ad affrontare i suoni coi suoi Fratelli Musici, se necessario.
Entra sorridente e i Fratelli lo guardano come se fosse appena sceso da un’astronave, o fosse accompagnato da Jenna Jameson.
Son tutti lì, tutti col loro bel ferro in mano. Tamburo nascosto dietro la batteria, Leo con in braccio la sua Strato, Fez abbracciato su con la sua fisa svisante note lisce e danzanti e Iaco Pastone col suo basso Fender, bello lucido come se fosse nuovo.
Soliti suoni, soliti fiati, solite sensazioni. Solito negroni del solito Bar della Balera. Poi, la solita pastasciutta col pomodoro e la solita cotoletta alla milanese. Solita bonarda dell’Oltrepò, bella gassata e ruttosa. Solita cenetta inclusa nella paga per la serata di note. Cenetta molto poco dispendiosa, quasi da mensa.
Ma nella vita, a volte, ci si abitua e ci si affeziona anche ai gusti meno entusiasmanti: il panino col formaggino della gita della parrocchia, per fare un esempio, rimane nel cuore come oggi forse non rimarrebbe neppure un tartufo d’Alba.
Si sa: il cuore è debole, e quello degli uomini di più.
Camilla, disonorata con onore
Quattro curve fuori dal paese ed il Lazza infila la prima carraia che trova.
Con ritrovata galanteria bacia dolcemente Camilla, poi scende, le apre la portiera, la prende in braccio per non farle infilzare i tacchi nella terra umida e la adagia ben distesa sul lungo sedile posteriore del suo gippone.
Butta dentro un cd di Coscia e Sellani per sentirsi delicato matador e poi si tuffa anche lui sul sedile di dietro, steso di fianco a Camilla.
Comincia a baciarla ed a stoccazzarla, lei agita la lingua poco e meccanicamente, allora lui comincia a ravanare sotto i vestiti: prima il seno, bello, piccolo e puntuto come aveva immaginato, peccato che i capezzoli stentino ad erigersi.
Niente da fare neanche succhiandoli.
Prova allora ad esplorare altre zone erogene della fanciulla, ma ottiene il solo scopo di graffiarsi la lingua sugli orecchini di Swarovsky.
Gnèss un cancher anc’ a Svaroschi!
Niente da fare, lei è rigida come una cazzuola.
Il Lazza decide allora di esplorarla sotto la gonna, lei non si oppone, ma è più secca della Sindone ed anche massaggiandola con delicatezza, perizia e dedizione, sembra che al posto delle ghiandole abbia delle tessere della cgil, fredde, morte e in sciopero fisso.
Che fare?
Buttar lì un: “amore c’è qualcosa che non va?”
Tanto vale mettere i maroni in morsa.
Un “dai bella bionda fammi un golino?”
Troppo da caserma, dai, può funzionare solo sulle pagine del Tromba.
Magari: “Hey baby, vuoi farmi vedere cosa sai fare?”
Ma va là, vah. Neanche Ron Geremy.
Una bella frase da pagina della posta di Preppy?
“Ti spezzo la noce di capocollo?”
“Ti spiezzo in due?”
“Coraggio fatti ammazzare?”
Mentre lui è lì che smanetta senza costrutto rimuginando soluzioni che non vengono, Camilla lo incoraggia:
– Piero, amore, devi farmi scattare la magia, devi farmi sognare, eh! –
Cos’è il genio?
Talento e senso dell’improvvisazione.
– Beh, allora Camy immagina: la sera dei telegatti, tu arrivi per ultima, sei la più attesa. La grande star del momento, la donna più desiderata dagli italiani, dalla fiction al cinema impegnato, quattro produzioni underground con registi talentuosi ed emergenti, i critici ti adorano... –
Possibile?
Le gambe di Camilla si sciolgono, si aprono lentamente, ma con dolcezza.
Primi tiepidi umori?
Inascarito a dovere il Lazza trova nuova linfa al suo racconto.
– ... una lunghissima limousine bianca, si apre lo sportello, comincia il bagliore dei flash, i fans scatenati urlano il tuo nome, poi ecco che con grazia e femminilità impareggiabili, come scriveranno nell’articolone centrale di 10 pagine su Vanity Fair, scendi nonostante l’impaccio di un lussuoso ed avvolgente abito rosso, una trappola in cui rimarrebbe incastrata qualunque altra donna, ma non tu, la nuova Divina, poi per alcuni secondi di estasiato mutismo tutti restano paralizzati ad ammirarti in questo modello unico disegnato su misura per te da Dolce & Gabbana che si affrettano a farsi vedere insieme a te in passerella... –
Ormai ci siamo, il fiume in piena non si sa più se è l’oratore Lazzaroni o il rivolo denso che cola dalle mutande di Camilla.
La libido modaiola pare oltretutto renderla sfrontata ed imprevedibilmente sporcacciona: al solo sentire i nomi dei due culani stilisti lei si è sfilata con rabbia le mutande e si è fatta sparire dentro due dita del Lazza.
Il racconto deve proseguire:
– ... finalmente riesci a liberarti dei fotografi e ti soffermi nel foyer a salutare alcuni amici che non vedevi dalle vacanze a Porto Cervo: registi, attori, presentatori, perfino le altre attrici e le soubrettes cercano di farsi vedere con te, ma ecco che a braccia aperte ti viene incontro il tuo grande ex, Briatore! –
Fremito poderoso ed orgasmo scomposto con tanto di bava che le esce dalla bocca, raccolta con famelico colpo di lingua, una roba di una lascivia indecente.
Il Lazza è carico come una balestra, con la mano non imprigionata nella sugosa caverna tira fuori l’uslasso, duro e rosso come un Felino dop.
– ... in qualità di ospite speciale della serata, inquadrata più volte di tutti in piacevole conversazione con l’amico PierSilvio... –
Addirittura lei ringhia:
– Siii, di più! –
– ... vieni finalmente chiamata sul palco: si apre il palcoscenico e da una scalinata di luci sfavillanti scendi con un nuovo ed ancor più esclusivo abito, questo creato per te da Dior, resuscitato. Il pubblico è tutto in piedi che applaude, tu ringrazi e mandi baci ammiccanti alla folla che non si calma, gli applausi sembrano non voler finire, devi supplicare per farli smettere di adorarti, finalmente prendi in mano il microfono, lo stringi bene, lo muovi su e giù... –
Quella del microfono l’ha presa proprio alla lettera ed eccola darsi da fare di mano.
– ... tu vuoi far impazzire la platea, vuoi dargli uno show memorabile, così fai impazzire tutti perché con malizia e simpatia sbarazzina infili il microfono direttamente nel decolletè... –
Esecuzione immediata e fedelissima alla partitura.
– ... ora è il momento più atteso: la presentatrice svizzera della serata, ormai più volte mortificata dalla tua presenza, annuncia che ci sarà un ospite speciale giunto da Hollywood che verrà a consegnarti il premio come personaggio femminile dell’anno, ma tu non le dai nemmeno la soddisfazione di annunciarlo, anzi, afferri il microfono, lo porti vicino alla bocca... più vicino... quasi dentro... tutti col fiato sospeso a sentire cosa stai per annunciare: ebbene tu annunci che lui sarà il nuovo James Bond e tu la sua Bondgirl: signore e signori ecco a voi GiorgCluni!! –
Camilla ha perso completamente la brocca e si scìfola l’attrezzo del Lazza dritto in gola, mentre con le mani si pastrugna davanti e didietro senza ritegno.
– ... ma le sorprese non sono finite: GiorgCluni con sguardo adorante annuncia che è venuto lì con lui un collega ed amico dall’America. Un grande ohhh si leva dal pubblico, anche tu resti ferma a guardarlo senza sapere quale sorpresa ti aspetti, lo sguardo di Giorg è penetrante e carico di promesse. Ti guarda e ti sussurra che la sua casa sul Lago di Como sembra fatta apposta per avere dentro, nel giardino in riva al lago… –
Lazza si è messo in posizione per infilarsi nella spelonca dilatata e grondante.
– ... è lì per girare la sua prossima saga in sei film, la signora degli anelli, è venuto a chiedere se vuoi essere la sua protagonista... –
Il Lazza è quasi dentro, pronto a passare senza sforzo, già pregusta di tenere il suo cannellone a bagno in quel laghetto di burro caldo:
– ... a questo annuncio senti che ti si stringe lo stomaco, hai bollori al basso ventre, ma li dissimuli da diva consumata. Direttamente da Hollywood: Piter Gec... –
In quel momento un camion passa dalla strada principale proiettando un fascio di luce all’interno dell’abitacolo.
– Aaaaaaaaaahhhhhhhhhhhhh –
– ... cson ... –
Ma il proclama del Lazza cade nel vuoto e addirittura lui si trova a tentare di penetrare un sedile.
Camilla sembra impazzita, continua ad urlare, ha spinto via il Lazza e si è messa il cappotto sulla testa:
– Aaaaaaahhhhhh!!!! I paparazzi i paparazziiiii!!!!–
Il Lazza, seminudo, rovesciato giù dal sedile ancora con la canna dura, la guarda incredulo.
Non si capacita, cos’è adesso questo patione?
Un secondo camion, stesso giro, stesse luci, forse un pelo più intense, forse per via degli abbaglianti.
– Aaaaaaaaaahhhhh!! I flash, i flash, i fotografiiii!!! Non mi devono scoprire o la mia carriera è rovinataaaa!!! –
Camilla apre la portiera di scatto e salta giù.
La vede correre sghemba ed isterica.
Nel grande fluido della vita, restano poche istantanee.
A lui rimarrà per sempre questa di Camilla che corre per gli umidi campi della Bassa, incorniciata da una luce di luna argentea, scalza, col cappotto in testa, la gonna ancora in vita e le bianchissime chiappe al vento.
L’unica cosa che gli riesce di pensare è:
“Ostia, che scena. Come sarebbe piaciuta a Tinto Brass... ”
Due volte Giuda
Il Lazza ci ha messo un po’ a convincersi che non è stato un delirio da brintone.
Oddio, hanno cubato anche il paio di scarpe col tacco e le odorose mutande di pizzo lì sul sedile.
Ad ogni modo, si è rassettato alla meglio, pur dovendo confinare a forza il begone scalpitante entro i limiti della mutanda, poi è sceso a cercare Camilla.
L’ha chiamata a gran voce più volte, ma lei niente.
Si è avventurato a piedi nei primi dintorni della macchina, laddove la luce dei fari poteva aiutare. Niente neanche così.
Gippone per gippone ha buttato dentro le ridotte (il Dio della motoristica moderna e teutone ci perdoni per questa definizione da camionisti della tratta di Garfagnana) e si è avviato a cercarla per carraie coi fari spianati.
Un cas.
Ostialamadonna.
Preoccupato che Camilla abbia combinato qualche coglionata davvero grave, prende il telefonino e si rassegna a chiamare i Caramba, anche se ci sarà il dramma delle spiegazioni da dare.
Puttana la miseriassa cagnassa ! Qua ce ne viene una gamba. Però, cos’altro può fare?
Illuderle per guzzarle passi, ma lasciarle a crepare nei campi poi no.
Toh, un messaggio.
Ostiona cane, è di Camilla !
“Piero non devono fotografarci insieme per nessun motivo. Vattene subito. Io torno con un taxi che viene a prendermi a Soragna. Per l’amor di Dio non dire niente a nessuno, non rilasciare dichiarazioni ufficiali, dì solo no comment. E se ci hanno già fotografato, cedi al ricatto e PAGAAAA !!! Cheers, Camy”.
Vacanimelavacad’nagugiolavaca!
E lui che era pronto alla gaioffa per salvare la damigella in pericolo.
Quella lì è più cioccata di Jimmy il Fenomeno, eterché!
Tanto vale prenderla in ridere e voltare i buoi alla stalla, almeno domani avrà qualcosa da raccontare agli amici al bar.
Recupera la strada principale, modernizza il sound di sottofondo sostituendo piano e accordion con le sapienti chitarre dei Giardini di Mirò, poi imbocca l’autostrada per tornarsene a casa.
Però...
Fastidio.
Bestiavacca, che fastidio.
Intanto il bigolo che non vuole saperne di rimettersi a cuccia.
E dagli torto: aveva già messo la testona a bagno.
E poi che robassa sperversa. Come fare a smettere di pensare al surreale modo in cui si era eccitata Camilla ? Eh, diciamolo: una bella sporcaccionona!
Chissà cosa poteva combinargli quando le avesse detto che sarebbe stata Lady D nel film verità di MaicolMur...
Però che sete. Ostiassa che sete. Gola secca come il greto del Crostolo.
Ma che roba.
Sete strana: si sente come Dirk Bogarde che nel deserto chiedeva champagne, bah.
Finite anche le paglie.
Pit stop obbligato all’autogrill.
Bagni degli uomini, all’impiedi e mani ai fianchi come Benito, anche se un orinatoio non è esaltante come Piazza Venezia: il suo broccone è duro, continua ad essere incontrollabilmente duro, gli costa la pisciata più sforzata e sofferente degli ultimi anni, maledicendosi e provando perfino a pigliarselo a schiaffi per mandarlo giù, ma niente.
Ancora una volta, rassegnazione.
Tanto vale mandare in vacca anche la pisciata: molleggiandosi sulle ginocchia col pistola che spara dritto, ad alta voce, dichiara guerra alla Francia, intramezzando l’arringa da balcone con un sonoro rutto ed un gagliardo petone primiballico.
Due ragazzini della notte, tanto apparentemente duri, scappano senza pensarci su.
Finita a fatica la pisciata, si tira fino al bar. Caffettino e pacchetto biancoblù.
Ricerca di una bottiglia.
Beh?
Ostialamadonna, c’sa sucèd?!?
Neanche un cartoncino di Cavernello.
Sparito tutto, anche i cordiali!
Lazza torna al bar e si rivolge all’unico inserviente, senza mutare il tono mussoliniano:
– Senta un po’, dov’è che son finiti i beveraggi? E mica ghetoreid, eh! Vinassi, amari? Dove? Dai, bello, dire dire! –
Quello là, con calma, menefreghismo ed accento della bassitalia risponde:
– Nuova disposizione ministeriale, dopo la mezzanotte proibita la vendita di alcoolici –
– Non l’ho accettato, non l’accetto e mai l’accetterò! – sbotta il Lazza, mani ai fianchi, continuando a molleggiarsi con aria da pazzo.
– Senti – legge il nome sulla spilla appuntata al taschino della camicia: Rosario P. – Rosario vero? –
Quello annuisce come se il Lazza stesse parlando ad un altro, ma quando vede un cinquanta carte sul banco gli si alza la soglia dell’attenzione.
– Ah bravo Rosario, vedo che l’argomento ti interessa. Mettiamola così: se te mi dai una boccia qualunque questi cinquanta sono tutti tuoi. –
– Magari, ma, vede, il direttore mette tutto sotto chiave. È perché non ci venga la tentazione, sto minchione fetuso –
Il Lazza fa per ritirare i soldi, ma il meridio, in preda al panico, lo stoppa:
– Però, diciamo che per la cifra giusta, tipo il doppio, beh ecco, potrei avere qui una vera sciccheria –
Estrae dal nulla, con abilità da tonibinarello, una bottiglia di Unicum.
– Unicum? Chissà di cosa sa? Vabbè coccobelloafrica, dai qua –
E gli allunga un altro cinquanta.
Rosario con ghigno soddisfatto da squalo sfotte e saluta:
– Buonanotte signore, torni ancora –
– Ridi, ridi. Che la mamma ha fatto i gnocchi e prima poi una macchinata nella notte ti arriva! –
Candido erotico
La gente arriva pian piano. E son sempre i soliti.
Il Cilu è lì davanti, ciucco come un ratto ancora prima delle danze. Ha una vecchia tenuta “da festa” che ormai non è neppure l’ombra di quella che doveva essere nei favolosi cinquanta.
L’occhio a mezz’asta, il sorriso ampio e sincero a denti gialli e mezzi rotti, il naso rossissimo e la faccia piena di venuzze esplose.
Lo guardi e dici “adesso muore”. Peccato che gran parte di quelli che l’han detto, negli ultimi trent’anni - avvocati, salutisti, commercialisti, commercianti, ladri, preti e baristi - siano tutti morti. Mentre lui è sempre lì, felice del suo eterno barcollìo.
Entrano signorine e signorone. Uomini vestiti benissimo, da pranzo domenicale, e donne vestite da uova di pasqua. Entra qualche bambino.
Il padrone del locale alle 21.37 si affaccia dalla porta del suo ufficio, appena alla sinistra del bancone del Bar, e fa segno con l’indice sul vetro dell’orologio.
È ora che partano le danze.
Treno, Fez e compagni hanno sempre creduto al “giro di liscio”.
Niente di più insopportabile di questi nuovi gruppi di liscio ipercantato e meridionalista, pregno d’insopportabili canzoni dedicate a madonne e padripii, strapiene di basi registrate con comparse da palco che – orrore - fan persino finta di suonare.
I Preziosi del Liscio no: loro suonano tutto e sempre. E cantano pochissimo.
Qualche canzone degli anni sessanta, possibilmente bella e ballabile:
Zum zum zum zum
...una rotonda sul mare...
Zum zum zum zum
...il nostro disco che suona...
Cantata dalla voce roca e tenue di Leo. Quasi chetbakeriana, fuori dal luogo e dal tempo.
Ma anche gli anni sessanta, come le sambette da trenino, sono dei piccoli fuori programma. Perché quello che la fa da padrone è, sempre e per sempre, il “giro di liscio”.
Valzer-mazurca-valzer lento-tango-polka. E via di nuovo. Ogni tanto, qui e là, qualche beguine clandestina, spesso nascosta, grazie alle affinità armonico/ritmiche, in mezzo ai tanghi.
Sempre così, da un’infinità d’anni.
E alla gente piace.
Treno li guarda e pensa che magari sarebbero lì col lacrimone anche davanti a qualche ode urlata a Padre Pio da qualche terone canoro trapiantato nella Bassa. Ma non ci bada più di tanto: l’importante, questa sera come tutte le altre, è che la gente apprezzi la fisa di Fez, i suoi sax e il docile muro di suono dei Preziosi.
E che la gente, soprattutto, balli.
Il fisico e la regola di vita del Conte Primiballi impongono che ogni due giri di liscio ci si debba carburare.
E ci si carbura, come ognun sa, in crescendo.
Montenegro, leggerino e donnesco, Averna, già meglio, ma col retrogusto meridionale che smani di sciacquare, grappa Poli che il Barista tiene per gli amici, eventuale bis, Branca Menta e, finalmente, l’Unicum.
Le previsioni di Treno mettono l’Alba dell’Unicum sempre intorno alle 23.20. O, meglio, del primo Unicum.
Perché, per condotta di vita, dopo l’Unicum non ci può essere altro che un altro Unicum.
E dunque s’ha da bissare finché la serata danzante non finisce.
E oggi la serata finisce anche abbastanza presto. Le ultime coppie d’anziani che ballano si ritirano ai loro tavolini, e subito dopo fuori, ben prima dell’una.
Treno da un’asciugata ai suoi tesori, i suoi Carlotta e Gianpiero, che stasera hanno volato alto più del solito, chissà per quale ispirazione. Manda un bacio con un ampio gesto della mano a tutti i Fratelli Musicisti e se ne va fuori, lento e tranquillo, ad infilare i suoi ferri nel portabagagli della Diane.
Purtroppo, però, come sempre non ha sonno.
La Dea Insonnia fa sempre capolino, amica e complice. Sempre presente e sempre fedele.
E per dormire o si legge o ci si scarica.
E, si sa, dal Dancing al suo Seminterrato della Piccola Città di Provincia c’è di mezzo un lungo viale. Un viale che di notte diventa faunisticamente sempre molto interessante.
I tormenti del giovane Lazza
Fastidio.
Puttana vacca galera che fastidio.
L’uslasso che non cede un millimetro e pulsa implacato nelle mutande.
Il superterone ladro e scroccone.
E l’Unicum: ammazza che zozzeria!
Fastidio.
Casso che fastidio.
Una cosa alla volta. Calma.
Il Rosario lì: bah, non sa perché o per come, ma sente che prima o poi i conti verranno pareggiati.
Unicum ?
Butta la boccia nel sedile di dietro.
Lascialo lì: roba da molotov dietro un sedile può sempre servire.
Poi a casa lo aspettano in frigo due bottiglioni d’Alsazia. Anche lì è solo questione di tempo.
Resta in sospeso... in sospeso... resta in tiro la faccenda dell’osmaro indomabile.
Altro cambio di cd, dentro Manu Katché.
Bello, elegante, giustamente paraculo, a tratti.
Ideale per riflettere.
Caso uno: il Lazza corre a casa, si fa l’ultima paglia in balcone mentre sbevazza un po’ di Traminer e poi conclude la faccenda col suo arnese irrequieto sparandosi un pugnettone mentre guarda “piccole donne vengono”.
Boh, che finale lòfio per una sera con momenti di goliardia pura e altissima.
Caso due: baldraccone bordostradale.
Considerato il caso d’ urgenza...
Certo che il calo di qualità e di godimento sarebbero altissimi: prima smanettava con fantasia una strafica come Camilla mentre adesso dovrebbe inquartare alla bersagliera un’albanese cricclona.
Solo se proprio non resta altro.
Caso tre: il night.
Perlamordidio !
Star lì con tutta la manfrina del conoscersi e del pagare la consumazioncina e mezz’ora per sfiorare la tettina a sta topina che ti fa lo spettacolino privato, con l’unico risultato di fartelo venire ancora più duro.
Mo c’sa dit?
Qui c’è da spruzzare, mica da fare dell’accademia.
Almeno non più di tanto, via.
E allora?
Esiste un caso quattro ?
Lazza si rivolge ad un passeggero immaginario:
– Sono 126 miglia. Abbiamo il pieno, mezzo pacchetto di sigarette, è buio ed entrambi portiamo occhiali da sole. Andiamo? –
– Vai –
Sesso e volentieri
E’ ben chiaro che la lira di una serata di note lissie non può certo pagare al Conte Primiballi una velina da yacht.
Si suona per la gloria, per gli amici, per mangiare e bere gratis, e infine anche per i miserrimi cinquanta euri. Che son pochi, ma neanche poi pochissimi, tenuto conto che più d’una serata alla settimana la si passa sopra un palco, ai pranzi ci pensa l’Highlander e l’affitto del Seminterrato costa pochissimo.
Dal palco al Seminterrato i soldi dovrebbero però arrivarci, senza volar via nelle classiche tentazioni a due gambe che si trovano lungo la strada.
E il dubbio di Treno, questa notte, non è se spendere o non spendere: è se le due gambe debbano essere bianche o nere.
Il cuore batte sempre per mamma Africa. Simpatica, a buon mercato, non problematica e neanche tanto ipocrita.
Ma la curiosità batte per le Soviet Supreme, il frutto meraviglioso di quell’indimenticabile 1989 nel quale, simbolicamente, un muro cadeva in mondovisione, ed ai profetici occhi di Treno, subito dietro il muro, sembrava già di vedere una formidabile armata di troie pronte a calpestare le macerie per conquistare l’Occidente a colpi di gnocca, armate di dildi, bicazzimonopalla, palline dell’amore, anal intruder, gondoni ed infiniti sorrisi.
E magari partecipando anche all’innalzamento dell’altezza media del culo femminile sul livello del mare.
Tutto ciò è un bene. Tutto ciò incuriosisce. Tutto ciò va provato.
E allora accosta quella là. Bionda apparentemente naturale. Alta e magra. Con minigonna ad altezza pelo, stivale e giubbottino di pelle rosa.
– Dolce bellezza dell’Est, quanto? –
Lei, masticando una cicca e guardando distrattamente altrove:
– Quaranta euri bocafiga –
– Oh, una splendida e rara fanciulla col dono della sintesi –
– … –
– Dicevo, pulzella della via, che il tuo fisico nordico e statuario m’ha portato ad accostare l’ammiraglia ed a chiedere, senza offesa, informazioni utili su come proseguire la serata –
– … –
– E la tua beltà è l’icona dell’impero, la lunga ombra della rivoluzione, l’emancipazione della femmina al massimo livello, quando si arriva felici a “l’utero è tutto tuo, e lo gestisci come vuoi” –
– Senti, amico, tu vuole bocafiga quaranta? O senò via e lasci spazio altra machina –
– Voglio, voglio, eccome se voglio. Come privarsi del piacere di scoprire cosa si cela dietro il decantato acronimo quarantabocafiga, eh? –
Sale, si allontanano di poco e parcheggiano tra due piante.
Lui la guarda e nota una vaga somiglianza con le gemelle Kessler, naturalmente quelle degli anni d’oro.
– Dadaumpà unz dadaumpà –
– Tu è matto? –
– No, no, solo una piccola dolce canzoncina dell’antichità. Non farci caso e cominciamo a divertirci –
Per divertirsi, però, ci sono delle regole e una di queste prevede che chi ciuccia lo faccia con buon mestiere e dignitosa passione. Insomma, c’è pompino e pompino. Una può impazzire di stantuffo, facendoti chiedere se e come respira. C’è poi il pompino affettuoso, di solito tipico di chi ti ama o fa bene finta d’amarti. Poi c’è quello vigliacco, quello minaccioso, quello vagamente violento, quello mordicchione, quello a tirabusòun… insomma: ce ne sono un sacco, di pompini.
E, per un verso o per l’altro, vanno tutti bene.
Il pompino svogliato, però, no. È vietato anche dalla Convenzione di Ginevra.
Sarà l’ora. Sarà che, come sempre dopo ogni serata danzante e suonante, Treno ha sicuramente bevuto troppo. Sarà quel che sarà, ma l’attrezzo non supera la mezzacarne, e nessuno dei due, né Treno né l’Attrezzo, s’avvicinano neanche lontanamente al concetto d’entusiasmo.
– Allora, mia adorata nonché algidissima figlia dell’Est, direi che qui si fan pochi passi avanti –
– Cosa tu preferisce, ora? – svogliata, masticando e guardando di lato.
– Vedi, carissima, io questa sera ho suonato il sassofono per almeno quattro ore: hai presente cosa significa? –
– … – ennesima ruminata con sguardo nel vuoto.
– Insomma, cara: sarei stanco. Allora trovavo opportuno che tu, tu ed io, insomma, ci portassimo sui sedili di dietro dell’ammiraglia e, come dire, tu salissi su di me, dandomi il giusto piacere che la femmina, col senso del ritmo che sicuramente appartiene a una figlia di terre da polka, sa e deve dare al maschio. –
– Tu vuoli smorzacandela? –
– Io vuoli, cara, io vuoli –
E allora ecco l’imprevista reazione, che tramuterà l’Attrezzo in un defunto gamberetto e l’umore del musico in un requiem.
– No! Io non fa smorzacandela. No, no, no e poi no! Io faccia missionaria e pecorella, no smorza! –
– E, cara la mia estiva, perché mai, di grazia? –
– No perché no! –
Consolazione: le donne rispondono nello stesso modo anche nel patto di Varsavia.
– E allora, mia cara, tu ti accomodi giù dall’ammiraglia e te ne torni da qualche giovane stantuffone, che il Conte qua è per i ruoli passivi –
– Ma tu no pagato! –
– Vedi, cara, neppure sei una brava professionista. Ti devo proprio insegnare tutto: se tu sapessi fare il tuo mestiere, come minimo avresti già i soldi in tasca –
– … – broncio da bambina, arma inutilerrima.
– Eccoti dieci euro per lo svogliato, e dai retta a uno che ha un po’ d’esperienza: ci va più sentimento, altrimenti vedo la tua carriera in serio pericolo. E il sentimento, cara mia, si può anche benissimo simulare, guarda le frasi pianistiche di quel gonzo furbetto di Allevi, o, forse mi capisci meglio, i gorgheggi tecnicissimi e piangenti dei lentoni della Aguillera –
Sermone inutile. Uno sparo nel buio.
La ragazza, presi i suoi dieci con aria incazzatissima, è già scesa dalla macchina e si sta allontanando mandando madonne nella sua lingua in direzione Diane.
Poi tira anche un calcio ad un parafango.
Treno non si scompone. Ormai da un’infinità di anni: ci vuole ben altro.
Bogna più o bogna meno, chi vuoi che se ne accorga.
Si tira su la braghetta, mette in moto e si lancia in seconda sul viale.
Pochi minuti dopo, sulla destra, ecco una splendida pantera nera, con stivali e denti bianchissimi.
La Diane accosta felice.
Manca solo l’ultimo Unicum, ma la sera è ancora lunga.
Il corpo della ragassa
Caso quattro.
Capacità di improvvisazione, talento ed anche un po’ di follia.
E cosa c’è di più improvvisato, folle e talentuoso che girare la macchina verso Piacenza e provare ad andare ad aspettare sotto casa un certo puttanone di lusso cui ogni tanto si fa ricorso nei momenti di debolezza in cui il gratis non paga?
Veramente una vaccata senza senso e senza testa.
Però bisogna finire con un’americanata.
Una sera così non merita di meno.
Idea pazza, disco pazzo:
Tu quieres una guapa àtomica
Llena da vigor y muy tòxica
Que tengas un aroma de morboso amor
Ola que se mueve en tu monitor
Es la mujer
Es la mujer que tu quieres
E mezza bottiglia di Unicum.
Forse ha esagerato: subito il liquoraccio gli era sembrato poco più che venefico, poi la bocca, che negli uomini probi sa anche adattarsi al momento, ci ha preso un insano gusto.
Adesso però ha addosso un caldasso della madonna.
Finestrini aperti in inverno, ma suda e schiuma come un verro.
Pazienza.
Al giusto prezzo il baldraccone deve sapersi adeguare.
Il baldraccone, però, non è in casa: nota strada, nota via, noto il campanello, ma nessuna risposta ai reiterati squilli.
Ormai, è venuto fin lì.
Decide di aspettare, metti che il cliente del momento la riporti in tempi ragionevoli...
Certo che..., Cristo che caldo addosso !
Macchina accesa ed aria condizionata, nonostante l’ inverno.
Dopo mezz’ora di sonnacchiosa attesa un grosso BMW nero arriva in parcheggio e sbarca la tanto attesa moretta.
Moran, detta Crissy, figliolprodiga d’Argentina, o almeno così dice.
Lei saluta il suo cliente e si avvia al portone.
Lazza scende e cercando di sembrare disinvolto e sobrio la saluta:
– Crissy... ehm, Moran ciao. Ti ricordi me? –
Lei lo guarda con sincero stupore:
– Ciao. Piero, sì? –
– Già, proprio io –
– Cosa ci fai qui, a quest’ora? Così, senza appuntamento... –
– Beh, a dirla tutta sarebbe una storia lunga, ad ogni modo la cosa che più conta è che avevo voglia di te e ti ho aspettata –
– Oh Piero, che carino... ma, sai, io sarei molto stanca –
Banconota da cinquecento euri.
– Però per te una eccezione la faccio volentieri, allora saliamo che qui c’è freddo? –
– Veh Moran, ci sarebbe una cosetta. Sì insomma, una roba che non ho finito e che mi piacerebbe vederci la coda: è un problema se lo facciamo in macchina? –
Lei è sempre più sorpresa, ma anche un po’ divertita.
– Come si dice: il cliente ha sempre ragione –
– Quel che mi piace di te è che dal punto di vista commerciale sei infallibile. Dai, salta su –
Montano e lui, forse per farla sentire un po’ a casa, rimette Sellani, Coscia ed il suo accordion.
– E allora dove vuoi andare a farlo? –
– Ecco, a questo non avevo mica pensato. Te sai mica dove si può andare? –
Lei ridacchiando suggerisce:
– Se vuoi fare una cosa muy morbosa possiamo andare dove vanno le nere a scopare –
– Ma si va, alla nottata ci manca giusto giusto il safari –
Così ingrana e parte.
Poco dopo però lei disturba la quiete delle note:
– Ehm Piero, scusa: è inverno, tu tienes el finistrino giù e l’aria condisionata a manetta. Io non sono molto vestita, sai: ho freddo. –
Lazza invece ha addosso la caldassa alcolica, e non può far altro che tacere e sbatterle lì altri cent’euri:
– Ti aiuteranno a sopportare –
Lei si rannicchia e batte i denti, fa segno che ci proverà.
Dopo alcuni minuti arrivano nei pressi di un vialone in cui stanno accampate decine di negus. Moran, livida ed intirizzita gli indica uno stradello.
Lo imboccano fino ad un minuscolo spiazzo dove finisce la via.
C’è un’altra macchina, una scassata Diane marroncina che dondola tutta.
– Torniamo dopo? –
Moran, sull’assiderato andante, lo manda quasi affanculo e gli dice di parcheggiare a fianco.
– Ok, ok. Vada per la comitiva. –
Così il Lazza appaia il suo imponente Cayenne alla piccola Diane.
Butta un occhio dentro e dal finestrino vede un nero culone che fa su e giù, a ritmo di disco anni settanta altissima.
Divertito si butta su Moran, che adesso è già diventata Crissy:
– Tu vuole la mia boca? –
– Ostia, questa non la sentivo dai primi novanta. No guarda, mettimi il copertone che non vedo l’ora di saltar su –
Lui si spoglia godendosi il brivido del fresco, lei invece si spoglia con progressivo dolore, è fredda come il corpo di Jennifer.
Lei tenta di mettergli il gondos, ma le mani le tremano troppo, così il Lazza, ormai in erezione da ore, fa da sé con perizia e senza alcuna difficoltà.
La penetra con fatica, si sente una nave rompighiaccio tra i fiordi.
Ha anche un brivido vagamente necrofilo a penetrare quel corpo algido...
– Piero, te fai presto, eh?–
– Ostia, dammi il tempo. Non sei neanche tiepida –
– Tu fa presto, eh? Io non me siento muy troppo bien... –
– Quante balle per una brezzolina primaverile, el viento radioactivo despeina los cabellos, paraparaparpappapà! –
– Piero, te quiero... –
– Si amòr, io pure te quiero, te quiero come Julio –
– No, Piero, tu non comprendes! Non hai capito nada –
– Nada? Non dirmi che ti ricordi “ma che freddo fa”–
– Non me recuerdo una minchia! Piero, ti prego, non sto bene, smetti ti prego –
– Dai Moràn non rompere los marones: ti do altri cento euri – protesta il Lazza sbuffando e stantuffando.
– Piero, no, sto male. Ahiahiahi que dolòr! –
– Ma vah, dolòr, te!–
– Piero, noooo!!!–
– Eh, no eh? –
– Aaaaaaaaaaaagggghhhhhh!–
Moran lo scalcia via urlando e poi tenta di scendere dalla macchina, ma prima che ci sia riuscita...:
Prrrrrooooooott !
È il rumoroso avviso di una poderosa scarica a spruzzo che lei eietta dal culo e che va a depositarsi, colante e melmosa, sul cruscotto e sul sedile del Cayenne.
– Aaaaaaaaaaaggghhhhhh!–
Moran urla contemplando il macello che ha combinato, poi vede la faccia del Lazza, cadaverica, a bocca aperta e con una lacrimuccia di fianco all’occhio destro, e si mette sgangheratamente a scappare per i campi.
Per la seconda volta quella notte, una luna argentea incornicia ed illumina due bianchissime chiappe nude che scappano per un podere.
Lazza stavolta non fa neanche la fatica di andare a cercare la femmina in fuga, ormai ha capito l’andazzo.
Recupera il posto di guida e dal finestrino può vedere un nero faccione che lo osserva: evidente che le urla di Moran hanno attirato l’attenzione della negus che, per solidarietà corporativa, ha interrotto le sue operazioni.
Lazza scende, apre la portiera della Diane, sposta la negus e si rivolge all’omone in penombra con le braghe alle ginocchia, che lo guarda imperterrito, come se si trattasse della cosa più naturale del mondo:
– Senta buonuomo, stasera è la seconda troia che mi scappa per i campi e per di più questa mi ha pure scagazzato sul cruscotto. Per non dargliela vinta, non è che mi presterebbe cinque minuti la moretta dell’Africa qua? –
– Beh, caro il mio improvvido e sudatissimo giovine, capisco che lei abbia avuto una serata di assoluta non ordinarietà, filologicamente “di merda”, e parimenti ho comprensione per il suo stato d’urgenza, così come non posso dissimulare il mio stato d’obbligo per i nobiliari doveri d’ospitalità, ma, sa: ci sarebbero un paio di questioncine... –
– Vabbè vecchio, capito. –
Lazza si riprende dalla borsetta abbandonata di Crissy i suoi euri, ed anche un cospicuo indennizzo, va detto, poi torna alla Diane con la mezza boccia avanzata di Unicum.
Da un duecento euri alla negus mezza nuda e ne butta altri trecento al figuro nascosto al buio dell’abitacolo:
– Ecco, diciamo che così mi sono occupato io del salario della professionista e che le ho indennizzato l’interruzione. Mentre aspetta, ma le garantisco che sarò breve, qualcosa mi dice che le farà piacere intrattenersi con questa bella bottigliozza tonda di Unicum –
– L’incontro tra menti nobili ed illuminate è sempre un piacere, anche se s’interrompe un sollazzo silvestre. Dia, baldo giovane, dia la bottiglia che mi intratterrò, eh se m’intratterrò! –
Fuori dall’auto, lontano ma non troppo, così da godersi voyeuristicamente un po’ di spettacolo, l’Uomo della Diane sbevazza Unicum a canna e sorride guardando i trecento euri che tiene fermi nella mano, pensando che per quella cifra lì ce ne vanno, di valzerini…
Alla fin fine, fu così che il Lazza riuscì a farsi la sua faticosa guzzata, all’impiedi, sollevando la zampa della nera airona, poggiata contro una dondolante Diane marroncina.
Lui, in posa ieratica e statuaria ma con l’occhio ebbro d’Unicum, dandoci come Dio ha comandato, si lascia andare al bel canto
faccetta nera bell’abissina
aspetta e spera che il torello s’avvicina...
faccetta nera, bell’abissina
ma quant’è bella la negrona che s’inchina…
Camilla Diciotto sposerà in terze nozze un anziano commercialista milanese di Mediaset, lotterà per tutta la vita con l’anoressia, litigherà giornalmente con la mamma, entrerà ed uscirà mensilmente da cliniche specialistiche, per diventare infine la regina delle televendite notturne di attrezzi americani da palestra, e arrotondare con marchette di medio/alto bordo.
Moran smetterà di essere Crissy e tornerà in Argentina dove, col fratello medico, aprirà una fabbrica di lassativi.
L’oste di Roccabianca continua a fare l’oste di Roccabianca, ignaro di quel che capita nei campi attorno.
La negus senza nome riuscirà a tornare in Nigeria da donna libera e coi soldi guadagnati diventerà l’organizzatrice di un fiorente traffico di giovinette verso l’ Italia.
La soviet senza nome riuscirà a tornare in Bulgaria da donna libera e coi soldi guadagnati diventerà produttrice di film porno. Sarà odiata dalle sue attrici perché pretenderà sempre più sentimento “sennò cliento italiano no compra!”.
Rosario P. vivrà un incontro ravvicinato del terzo tipo con una macchinata nella notte, ma questa è un’altra storia.
Treno e Lazza si conosceranno e le loro scalcinate avventure saranno vangelo definitivo per adulti.
E voi, fate credito ai profeti ?
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Tortelli& Porcelli
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