Nota dell'editore. Una lettura Western del Romanzo "Tortelli & Porcelli"
Il romanzo infatti è ambientato nell'emilia del 2007, è ovvio che si tratta di un delirio post tortello dei due autori....
QUELLA SPORCA STORIA NEL WEST
Mezzogiorno e mezzo, di fuoco.
Fuoco nelle vie polverose del paese, bruciate da un sole alto ed impietoso, un sole nudo e caldissimo, solo amico di condor e sciacalli, ma fuoco anche nel saloon, e fuoco nelle gole riarse da whisky e birracce di tubero, quando va bene.
Domenica.
Il saloon è pieno di bovari in giorno di pausa e di paga, dollari facili, facili da spendere anche se sudati spaccandosi la schiena nei campi o a setacciare fiumi sempre avari di pagliuzze e pepite, ma dollari facili, facili da lasciare sul bancone dell’oste per le tante bevute, o facili da accalappiare da scaltre ed imbellettate baldracchone.
Le demoisselles, anche se stagionate, corrono da un tavolo all’altro, concedono una toccatina a questo, una strizzatina d’occhi all’altro ed un mezzo bacetto a quell’altro ancora; qualcuna improvvisa un mezzo can-can sulle note dell’immancabile e imperturbabile pianista, ma soprattutto volano tra i tavolacci con vassoi e bicchieri, sotto l’occhio vigile del barista padrone del locale.
Questa è la vita dello Star Saloon, locale di proprietà del corpulento e taciturno Old Jack, barista e fondatore di questo Piccola Cittadina Sperduta che è Wild Toortony.
Old Jack, personaggio mitico ed essenziale della vita di questa piccola città di provincia, è semplicemente Old Jack, uno che sembra lì da tutta la vita, a braccia conserte dietro il bancone, eccezion fatta per quando fa scivolare boccali e bicchierini sul lungo pianale dello stesso, scrutando burbero e silenzioso quel che accade nel suo locale.
Per il suo atteggiamento, la gente del paese, quando è sicura di non esser sentita, ha preso a chiamarlo “L’Highlander”.
L’unico amico del burbero e gigantesco barista pare essere il pianista, personaggio anch’esso assai strano e spesso oggetto di volgarità e derisioni da parte del pubblico, soprattutto quando parte con strani assolo da piantagione del sud, ma, fino ad oggi, forse per timore del gigantesco Old Jack e della sua fida doppietta sottobanco, più di qualche scherzaccio da osteriaccia non ha mai dovuto subire.
E più di qualcuno, invero, qualche parolaccia pesante la butta lì per invidia, essendo noto a tutti il rapporto un po’ speciale tra il pianista e Bambi, la nera e procacissima “prima ballerina” del locale, timiduccia e caffelatte di giorno, ma nerissima, esotica e frequentatissima la sera, in quello che lei con vezzo avanspettacolistico chiama “il suo camerino”.
Domenica.
Ogni maledetta domenica cala sul saloon un clima licenzioso ed esagerato, ai tavoli del poker pullulano i bari ed i polli, le mani prudono e le parole volano...insomma, secondo la miglior tradizione, al terzo gallone il mandriano diventa nostalgico e ci scappa la rissa.
Non oggi, o almeno così pare: il caldo e l’afa immobile la fanno da padroni, gli spiriti paiono sonnecchiare, si beve birra e si gioca al poker, le signorine sventolano lisi ventagli e faticano non poco a contenere il disfarsi del trucco e delle rughe sottostanti, il piano suona malinconico, lento e indisturbato, percorre lunghe melodie d’improvvisazione, manca la favella anche agli usuali tangheri che vorrebbero ballate da quadriglia.
Fuori, cespugli rotolano sospinti da un vento caldo, l’aria bollente sfuoca le immagini, davvero difficile oggi affrontare l’unico pasto, composto di un unico piatto, servito dall’oste: una zuppa densissima di fagioli, pomodori, lardo e gnocchetti di pane, ricetta magica che l’oste-barman afferma di aver imparato nella mitica cittadina di Pleasence.
Difficile, ma non per tutti: il panciuto uomo del piano, con sguardo truce, da minuti scruta insoddisfatto la porta della cucina, lagnandosi in versi e note per il fatto che nessuno si degna di portare i giusti piatti fumanti.
E tanto gli piace mangiare per primo, al fianco del serissimo padrone, per godersi il passaggio delle signore ballerine, sempre le stesse da anni, ma per la cui sfilata riesce sempre a trovare qualche nuovo licenzioso commento.
Poi via per l’ultimo giro di allegrissime sonate, spesso distoniche ed alticce, ma molto utili a coprire l’inevitabile e allegra flatulenza che prende tutto il locale dopo cotanta pietanza.
Ma riti antichi come la vita sono oggi stranamente interrotti.
La porta del saloon si apre di colpo e lentamente entra uno sconosciuto.
Uno straniero.
Un magnifico straniero.
O forse uno straniero senza nome.
Un uomo giovanile alto, con lunghi baffi e una chioma composta sotto il cappellaccio nero. Di certo un pistolero, tutto vestito di nero, giacca lunga e corpetto damascato, la catenella d’oro dell’orologio lucida e ben in vista, non meno di una coppia di colt cromatissime e scintillanti ai fianchi.
Un pistolero, figura mitica quanto rara da quelle parti, terra di vacche a quattro e due zampe...
Passi misurati e decisi, solo tintinnio degli speroni taglia il silenzio fattosi di colpo in tutto il locale.
Il piano, melodrammaticamente, accompagna l’incedere del nuovo venuto simulando un tema per Armonica.
Cammina ignorando i presenti, raggiunge il bancone, si gira e si rivolge ad Old Jack con un tono che nessuno in paese si sognerebbe mai di usare:
-Gentleman, servite scotch in questo locale ?-
A qualcuno scappa da ridere, i più però sentono puzza di guai e cercano di guadagnare l’ uscita in modo silenzioso.
Il barista, senza cambiare mai espressione, rivolge lo sguardo al pianista, quello gli risponde, forse in un codice loro, accennando note di Trinità, allora il barista si china sotto banco e, quando tutti sono già mezzi in fuga attendendosi che ne fuoriesca munito di doppietta, ecco che invece saltano fuori una bottiglia perfettamente confezionata, un tumbler e ghiaccio da rompere.
Al pistolero brillano gli occhi, ma cerca di mantenere decoro e postura da duro, aspettando i giusti tempi di servizio.
Lungi e gustosi sorsi, il clima nel locale torna a distendersi, ricomincia il piccolo vociare della gente e delle baldracche, qualcuna indecisa se offrirsi per il gusto di farlo, qualcuna più avida attratta dal dollarone d’oro lasciato in mancia per la superba ed inattesa bevuta.
Il pianista suona e si compiace e si gratifica, facendo saltellare mani che mai han lavorato sulle piacione note d’un Charleston.
Forse, però, è la quiete prima della tempesta.
Ecco che lo straniero si dirige a un tavolo del poker, per la precisione quello dei più inquieti bari e tagliagole: Stubby Preston, il baro per eccellenza, di bianco vestito e giustamente damerino, il diabolico El Tigrero, bounty killer subdolo e senza scrupoli, e Testa di Ferro, ex capo di una nutrita banda di ladri di cavalli e rapinatori.
Tutti lì, chissà perché, chissà per come.
-Gentlemens, vedo che giocate col morto...-
El Tigrero, senza degnarlo di uno sguardo:
-...ci mettiamo avanti col lavoro...-
Gli altri due sorridono, spulciando le carte.
Per nulla impressionato:
-Già...sento puzza di carogna...-
A qualcuno questa non è piaciuta, ma lui si siede ugualmente, prende le carte e comincia a mescolarle.
-E con cosa intende coprire la posta, signor....?- concilia il baro.
-Per voi sono il Biondo. E pago con una merce che vi preme di sicuro, la vostra pellaccia-
-Con chi credi di ...-scatta fulmineo Testa di ferro mettendosi la mano alla fondina, senonché il Biondo è ancora più veloce e butta un sacchetto sul tavolo.
Ne escono pepite.
Il Biondo comincia distribuire le carte, mentre dice:
-Gentlemens, facciamo così: se vinco io voi mi date una informazione, se perdo quei mille dollari in oro lì al centro del tavolo sono vostri-
Testa di Ferro si risiede ridendo:
-Ah ah ah ah, di tutti i polli della mia vita tu sei davvero il più grasso-
L’unica baldracca giovane ed un po’ avventata si avvicina al tavolo e chiede all’autoproclamato Biondo:
-Ciao straniero, vuoi che ti porti fortuna ?-
Lui la guarda compiaciuto, le da una bella pacca d’assaggio al culo e chiede:
-E tu com’ è che ti chiami ?-
-Felicity, bello straniero-
-Già...sembri proprio poter regalare la felicità ad un uomo...se non crepa prima-
Lei si ritrae spaventata, lui la trattiene.
-Hey signor latin lover, pensi di giocare o sai solo chiacchierare ?- lo disturba Testa di Ferro.
-Gentlemens, quante carte ?-
Una per Tigrero, tre per Testa di Ferro, due per Stubby.
Quando lui dichiara “quattro”, tutti ridacchiano.
Il Biondo distribuisce con una mano, perché l’altra è piacevolmente impegnata tra le sottovesti di Felicity, sotto altezza tavolo.
Testa di Ferro si alza in piedi ed annuncia spavaldo:
-Allora signor Biondo, ti piacciono le donne, vero…? Eccotene servite tre !-
Un bel tris, scoperto sul tavolo, mentre fa per tirare a se le pepite.
-Un momento, capoccione, -ringhia subdolamente El Tigrero- le tue tre baldracche non bastano. Scala-
Per la prima volta, sulla sua faccia diabolica qualcosa che sembra un sorriso.
Testa di ferro cade incredulo sulla sedia.
Bei modi gentili ed un sorriso cordiale, anche Stubby deve dire la sua:
-Signori, signori...che fretta ! Sono spiacente per il dolore che so di darvi, ma credo che il piatto spetti a me...poker d’assi !-
Tutti basiti, nel saloon vola giusto una mosca che viene abbattuta da un venticello del pianista, che sfoga la tensione da dietro, nel modo più congeniale.
-Gentlemens, credo che abbiamo un problema- la voce del Biondo, taglia il silenzio, fredda, determinata.
Toglie la mano dal comodo anfratto di Felicity e con la punta delle dita gioiosamente inumidita gira il monticello di carte che ha servito a se stesso, che non ha nemmeno fin lì guardato o girato.
Miracolo ?
Magia delle donne ?
Un secondo poker d’ assi !
Più lesto di tutti, rovescia il tavolo e spara un paio di destri all’impazzata.
Mezzo paese, confluito per vedere la più incredibile partita di sempre nella storia di Wild Toortony, si ritrova coinvolto suo malgrado in una rissa furibonda.
Tutti contro tutti, cinquanta bovari, bari, ladruncoli e semplici cittadini annoiati si buttano in mezzo creando un carnaio inestricabile.
Old Jack, impassibile al proprio posto, osserva scuotendo la testa e nulla più.
Lancia una occhiata al suo pianista di fiducia il quale strimpella allegramente una marcetta sconosciuta, allegra, festaiola e parzialmente fischiettata, dall’incomprensibile titolo “Dune Buggie”.
Mentre la rissa infuria ancora il buon pianista sgattaiola fuori, prima di buscarsi una sgabellata o peggio una schioppettata dall’amico e padrone, perché le risse e la gente sono così poco sportivi, alla fin fine, e salta sempre fuori quello che vuol fare cantare le colt.
Prima che sia tempo di massacro, quel che serve è un barista gigante a canne mozze che faccia sbollire le teste troppo calde.
L’ha visto mille altre volte. Lo sa già.
Meglio un buon sigaro, il corpo a corpo tra cowboys è una delle poche attività da saloon che non gli interessano: così, solo sotto al portico, fruga nelle tasche della sua consunta giacca d’ordinanza, la sola che ha, peraltro. L’unica cosa più lisa del suo spirito e del suo umore.
Trova, sfrega, accende, boccata.
Asprissimo afrore di fogliaccia messicana.
Al suo fianco appare una figura nerovestita, vagamente scomposta ed ammaccata, che si sistema il cappello e la giacca, poi gli chiede del fuoco per accendere un bellissimo sigaro cubano.
Dolce profumo che scansa l’aria bollente ed umida del pomeriggio che viene.
-Pianista, non sono riuscito a farle i complimenti per l’ottima versione country di God bless the child-
-Ah, il Biondo...se ne è accorto ?-
-Lasci stare il Biondo, è un soprannome che ho inventato adesso-
-Difatti mica è tanto biondo...-
-...l’ alternativa era il Monco...-
-Oh beh, no. Due belle mani...molto svelte...-
-Ha visto il trucco delle carte...?-
-Ero l’unico a non guardare l’altra sua mano, quella che ravanava sotto la veste...-
-Già...lei trucca le canzoni ed io le carte...-
-Mi scusi signor....?-
-Mi scusi lei, mi presento: Pier Toughguy, da Woodhouse-
-Piacere, Luke Firstdances, da non mi ricordo più dove-
-Bah, lei ha perso il passato e io cerco di perdere il futuro...-
-Già, strana la vita. Woodhouse, eh ? Molto lontano da qui. Cosa cerca esattamente ?-
-Mah, forse quello che cercano tutti qui al west...avventura, dollari, donne...-
-Avventura ? Io di avventurieri ne ho visti tanti, tutta gente allo sbaraglio, lei ha negli occhi una luce diversa. Dollari ? Lei non ne ha bisogno, ha lasciato là dentro il sacco di pepite ? Donne ? Ecco, forse quello. Cherchez la femme, no ?-
-Una specie...-
-Non è obbligato a parlarne-
-Difatti: lo faccio perché lei mi sembra diverso. C’era una ragazza, speciale…si chiamava Sylvia, anche se lei si faceva chiamare “La Santa”…-
-La Santa ? Che soprannome strano...-
-Nome d’arte, era una battona. Credo che lei sia sufficientemente amorale per non disprezzare-
-Ah, proprio no. Io vado pazzo per le baldracche, anche qui ...-
-Non mi dica, la negra ?-
-Acuto il Biondo…-
-…beh, è l’unica che le toccava il sottopancia mentre suonava...-
-Ogni tanto occorre l’ispirazione...e poi, cosa le è successo ?-
-Un bandito, un messicano, lo chiamano El Pelandrero, mai sentito ?-
-Uhmm…altroché…: gran canaglia, con una bella taglia sul groppone...lei mi sa tanto che cerca rogna...-
-L’ha uccisa, così, perché lei non l’ha voluto. Una statua di un santo in testa...-
-Brutta storia...-
-Già. Lei saprebbe dare un valore ai sogni ? Io l’ho fatto, il mio unico sogno non c’è più perché in quel momento lì ero in un altro bordello con amici...-
-Da solo sarà dura...-
-Oh, ma io adesso non sono più solo. Ce l’ha, lei, un cavallo ?-
-Beh, diciamo di sì: una vecchia ronzina marrone che chiamo Diane. Lenta, ma inarrestabile-
-Come la giustizia, quella vera intendo. Beh mi segua, il mio cavallo è quello stallone nero lì attaccato, lo chiamo Cayenne-
-Bell’animale-
-Eh… sì. Cosa dice, il suo amico lì, il barista, se la prenderà che gli ho sottratto il pianista e non gli ho neppure pagato il conto ?-
-Oh, non si preoccupi, lui è uno che fa credito ai Profeti ...-
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